Wormses!

Maggio 13, 2008

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Wormses!, originally uploaded by billybofh.


the | com·pli·ant | cli·ché

Maggio 6, 2008

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“…I’m a slow dying flower
Frost killing hour
The sweet turning sour
And untouchable

O, I need
The darkness
The sweetness
The sadness
The weakness
I need this

I need
A lullaby
A kiss goodnight
Angel sweet
Love of my life
O, I need this…”

-Natalie Merchant


any questions? :-)

Aprile 30, 2008

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any questions? :-) , originally uploaded by HH!Crash.


riposo pomeridiano

Aprile 29, 2008

annalisa 666h 188, originally uploaded by iperio.

model annalisa
image by iperio


electronight

Aprile 24, 2008

white heart

Aprile 11, 2008

.

c 046, originally uploaded by iperio.

un cuore pulito vicino a me


Caserma Bolzaneto, Genova 2001

Marzo 18, 2008
Ma davvero siamo il paese di Beccaria?
Ecco, il filosofo milanese è uno che dovrebbe essere reso materia d’esame obbligatoria per ogni esame a politici, magistrati e forze dell’ordine.
L’articolo riportato qui sotto e segnalatomi dall’amica Alessandra, ci ricorda che questo è il nostro paese, quello che leggete è successo ieri, a casa nostra:

Oggi la caserma non è più quella di allora: cancellati i “luoghi della vergogna

“Manganellate, minacce, umiliazioni: tutto ricostruito al processo da più di 300 testimoni

Le violenze impunite del lager Bolzaneto
di GIUSEPPE D’AVANZO

C’ERA anche un carabiniere “buono”, quel giorno. Molti “prigionieri” lo ricordano.”Giovanissimo”. Più o meno ventenne, forse “di leva”. Altri l’hanno in mente con qualche anno inpiù. In tre giorni di “sospensione dei diritti umani”, ci sono stati dunque al più due uominicompassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia,poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell’amministrazionepenitenziaria. Appena poteva, il carabiniere “buono” diceva ai “prigionieri” di abbassare le braccia,di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell’acqua, se ne aveva una adisposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezzail carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hannodocumentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio delreparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a55 “fermati” e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne.Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi,neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (unavvocato, un giornalista…). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniatihanno detto, nella loro requisitoria, che “soltanto un criterio prudenziale” impedisce di parlare ditortura. Certo, “alla tortura si è andato molto vicini”, ma l’accusa si è dovuta dichiarare impotente atradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326persone ascoltate in aula.Il reato di tortura in Italia non c’è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - néavvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei dirittiumani, alla Convenzione dell’Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistonosoltanto reatucci d’uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l’abuso di ufficio, l’abuso diautorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadononell’indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), sarannoprescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con unasostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorsopubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quellavergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa “degli altri”,di quelli che pensiamo essere “peggio di noi”. Quel “buco” ci permetterà di trascurare che la torturaci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.Nella prima Magna Carta - 1225 - c’era scritto: “Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato,spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noinon metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del
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paese”. Nella nostra Costituzione, 1947, all’articolo 13 si legge: “La libertà personale è inviolabile.È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà”La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un’accorta gestione, si sono voluticancellare i “luoghi della vergogna”, modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alleautorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l’idea di farne un “Centro della Memoria” aricordo delle vittime dei soprusi. C’è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i”carcerieri” accompagnavano l’arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come”Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!”, cori di “Benvenuti ad Auschwitz”.Dov’era il famigerato “ufficio matricole” c’è ora una cappella inaugurata dal cardinale TarcisioBertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come “Morte agli ebrei!”, ha trovato postouna biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campodi concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l’ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello el’ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sonotre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sulcorridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati efotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare lafamiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzionedel testo).A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: “Allora,non li vuoi vedere tanto presto…”. A un’altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli.Anche H. T. chiede l’avvocato. Minacciano di “tagliarle la gola”. M. D. si ritrova di fronte un agentedella sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: “Vengo a trovarti, sai”. Poi, si èaccompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno dicure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra- e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni “per accertare la presenza di oggetti nellecavità”.Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i “prigionieri” di quei tre giorni e i numeri che siraccolgono - 55 “fermati”, 252 “arrestati” - sono approssimativi. Meno imprecisi i “tempi dipermanenza nella struttura”. Dodici ore in media per chi ha avuto la “fortuna” di entrarvi il venerdì.Sabato la prigionia “media” - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli,Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all’ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (overde) sulla guancia.È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le “posizionivessatorie di stazionamento o di attesa”. La “posizione del cigno” - in piedi, gambe divaricate,braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell’attesa dipoter entrare “alla matricola”. Superati gli scalini dell’atrio, bisogna ancora attendere nelle celle enella palestra con varianti della “posizione” peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con ipolsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella “posizione della ballerina”, in punta di piedi.Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro ilmuro. Tutti sono insultati: alle donne gridato “entro stasera vi scoperemo tutte”; agli uomini, “sei ungay o un comunista?” Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare:”viva il duce”, “viva la polizia penitenziaria”. C’è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui
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genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G.ne ricaverà un “trauma testicolare”. C’è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chipatisce lo spappolamento della milza. A.D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella “posizione dellaballerina”. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e silamenta, lo minacciano “di rompergli anche l’altro piede”. Poi, gli innaffiano il viso con gasurticante mentre gli gridano. “Comunista di merda”. C’è chi ricorda un ragazzo poliomielitico cheimplora gli aguzzini di “non picchiarlo sulla gamba buona”. I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gliviene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta cheprova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessionie intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: “Ti piace il manganello, vuoiprovarne uno?”. S. D. lo percuotono “con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi”. A. F. vieneschiacciata contro un muro. Le gridano: “Troia, devi fare pompini a tutti”, “Ora vi portiamo neifurgoni e vi stupriamo tutte”. S. P. viene condotto in un’altra stanza, deserta. Lo costringono adenudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina disalti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultatocon sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e “a sollevare ilpene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania”. J. S., lo ustionano con un accendino.Ogni trasferimento ha la sua “posizione vessatoria di transito”, con la testa schiacciata verso ilbasso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tesedietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C’è un doppia fila didivise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una dellapolizia di Stato, l’altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrettea restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro,sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: “I piercingvenivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercingvaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone”. Durante la visita si sprecano lebattute offensive, le risate, gli scherni. P.B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano unpreservativo. Gli dicono: “E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci”. Poi un’agente donna glisi avvicina e gli dice: “È carino però, me lo farei”. Le donne, in infermeria, sono costrette a restarenude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Ilpeggio avviene nell’unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. Laporta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all’accompagnatore. Chesono spesso più d’uno e ne approfittano per “divertirsi” un po’.Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta rispostaviene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa unamaglietta, “arrangiandosi così”. A. K. ha una mascella rotta. L’accompagnano in bagno. Mentre èaccovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella albagno, dopo che le hanno chiesto “se è incinta”. Nel bagno, la insultano (”troia”, “puttana”), leschiacciano la testa nel cesso, le dicono: “Che bel culo che hai”, “Ti piace il manganello”.Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite
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che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fannosotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché “puzzano” dinanzi amedici che non muovono un’obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato”strattonato e spinto”.Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta dellapolizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poiil suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con “questo è pronto per la gabbia”. Nel suo lavoro,come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personalecollezione di “trofei” con gli oggetti strappati ai “prigionieri”: monili, anelli, orecchini, “indumentiparticolari”. È il medico che deve curare L. K.A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino conla maschera ad ossigeno. Stanno preparando un’iniezione. Chiede: “Che cos’è?”. Il medico risponde:”Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!”. G. A. si stava facendo medicare al San Martinole ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All’arrivo, lo picchianocontro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c’è un carabiniere morto. Un poliziottogli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca lamano in due “fino all’osso”. G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la manosenza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede “qualcosa”. Gli danno uno straccio da mordere. Ilmedico gli dice di non urlare.Per i pubblici ministeri, “i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado divalutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso chequel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria”.Non c’è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell’estate). La sentenza definirà leresponsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però,non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, lanostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che proteggela dignità della persona e i suoi diritti. È un’osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosseche - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l’indifferenza dell’opinione pubblica, l’apatia del cetopolitico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei criminiappaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che persettantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la “dimensione dell’umano” di 307 uominie donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirareavanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre “con lostesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza”?

da la Repubblica del 17.03.2008


Gary Gygax

Marzo 6, 2008

Gary Gygax, originally uploaded by hitachiplay.

Questa foto a molti non dice nulla, ma tutti coloro che hanno mai giocato a un gioco di ruolo dovrebbero riconoscere il grande Gary Gygax, l’uomo dal nome improbabile, più adatto ad un personaggio di Robert Howard, che ha inventato nel 1974, dop alcuni anni di elaborazione, il meccanismo ludico, chiamato Dungeons and Dragons, che consente a chiunque di impersonare un personaggio fantastico: un cavaliere o un mago, un nano o un mezz’uomo, una strega o un drago.
Il gioco di ruolo, nato secondo la leggenda per divertire il suo figlioletto, Gygax lo elaborò lentamente.
Secondo un’intervista pubblicata anni fa sulla rivista Dragon, inizialmente la sua idea era quella di un gioco a percorso, disegnato su fogli a quadretti, in cui i personaggi si muovessero e combattessero con modalità diverse, come i pezzi degli scacchi.
Insomma un semplice war game fantasy.
Improvvisamente però si rese conto che quello che era importante e rivoluzionario era il pensare di essere un elfo o un necromante.
Calarsi nel personaggio come un attore, con l’unica differenza di recitare con l’unico limite di regole e l’alea del tiro di un dado.
Dadi che iniziò a usare di forma e dimensione diversa dai classici cubi a sei facce degli altri giochi.
Dadi che possono dare come risultato anche 20 o 100!
Pian piano, mentre le regole si facevano sempre più complesse e diventava possibile essere persino un angelo o un demone, un mostro alieno o un dio mitologico, ci si rese anche conto che le regole potevano essere semplificate, adattate al contesto di serate tra amici e il gioco si diffuse enormemente, mentre altri inventavano giochi simili, ma con D&D come modello imprescindibile.
E’ facile dire che non credo affatto che oggi Gary sia veramente morto.
Ma sono sicuro che il vecchio stregone a quest’ora sta bevendosi una pinta in compagnia di Gandalf, Tolkien ed Elminster, in qualche taverna perduta, mentre giocano a dadi per chi avrà l’onore di sfidare quell’enorme Orco mostruoso e ubriaco che sta esagerando nel toccare i didietro delle cameriere….


13 aprile

Febbraio 28, 2008

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rocco, originally uploaded by iperio.

ma perchè votare il 13 aprile???
è un numero che porta sfiga!
mah!
contenti loro…
comunque un mio amico si presenta alle elezioni, Rocco.
se non sapete chi votare seguite il suo consiglio, almeno è uno che fa sul serio…
:P


the drummer

Febbraio 19, 2008

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f 011, originally uploaded by iperio.

la batterista rock
image and concept by Giulia and Iperio
model Giulia
photo by Iperio